Insurrezione
«Le senti? Senti le loro voci?
«C’è un sottosuolo che parla sotto di noi, al di sotto di questa affollata sala da ballo nella quale si danza spensieratamente, come fosse l’ultimo respiro da esalare.
«Tutto quello che abbiamo sempre ritenuto impossibile, tutto ciò che abbiamo relegato nel regno dell’Imponderabile, ecco che tutto questo si avvera, ci si scaglia addosso come una furia silenziosa, ben diversa dal chiasso con cui siamo riusciti ad ammutolire l’inevitabilità.
«Le cronache dei nostri ultimi giorni saranno consegnate al vento, in una lingua sepolta sotto le macerie delle illusioni che abbiamo così lungamente nutrito. I nostri brindisi, in bicchieri la cui feccia resterà umida nel protrarsi delle epoche future; i nostri sorrisi, paresi di un’apatia mai realmente affrontata; i nostri hobby, le passeggiate al lago, le lampadine a consumo ridotto, le automobili elettriche, le specie in estinzione, le estinzioni passate e future, i libri, tutto ciò scompare, contraendosi nel crepuscolo dei nostri giorni iridati, mentre la tempesta che abbiamo consapevolmente preparato si appresta a scatenarsi.
«Ora siamo qui, ad ascoltare questo valzer, questa mazurca, danzando al ritmo dei nostri abiti costosi, al tracimare dei nostri vini pregiati, e non facciamo caso a quei cori insistenti di chi ha aspettato un’eternità per venirci a prendere. Ma ora, presta loro attenzione.
«Se aguzzi i timpani, sentirai quelle voci.
«Non potrai che averne paura.»
Nel salotto di Peter a New York, così come in quello di Chen a Shanghai e in quello di Guglielmo a Firenze, la voce del cronista diffonde il racconto delle prossime piaghe d’Egitto. Il televisore parla di crisi economica, bombe intelligenti, rivolte in questa o quella città, dittatori spodestati, siccità; nelle diverse lingue della civiltà, ecco che si inietta nelle teste assuefatte la convinzione che l’Umanità scompare a causa dell’effetto serra, di un ciclone sproporzionato, di un terremoto devastante. Ma in realtà, quelle sono preghiere, invocazioni, litanie.
È il breviario del dominio.
Sono le litanie delle nostre illusioni.
Solo che siamo arrivati all’ultima pagina.
Mangi cinese a Londra, voli attraverso l’Atlantico per un taglio alla moda presso un barbiere di Città del Messico, incontri persone mai viste, sapendo che provengono da qualche angolo sperduto del continente, le saluti, bevi una Diet-Coke in un bar di Santiago del Cile. Un altro aereo ti trasporta a Sydney. E mangi messicano.
Il mondo finisce, una tortilla alla volta. Un involtino primavera alla volta.
Tutto quello che hai appena compiuto impatta su ogni essere vivente che abbia anche solo respirato a mille miglia da te. I tuoi occhiali da sole, i tuoi baffi ben contornati, i nachos che stai ingurgitando. Il tuo gilet London Style, il tuo cellulare, persino gli sms che stai inviando.
Firmi la tua condanna, una scia di 747 alla volta.
Firmi la tua condanna, scrivendola con ketchup e olio fritto.
Durante il volo in aeroplano, le news ti raccontano della sparizione di una tribù nel sud dell’Asia, cacciata dal proprio habitat per far posto a un complesso turistico che introietterà nell’ambiente una nuova tribù senza patria, le cui usanze sono fondate sull’alluminio e sulla cocaina, sui cristalli liquidi e sullo zucchero. Le news denunciano l’insostenibilità di un impianto industriale costruito su una costa del Pacifico, causa della sparizione del pesce spada dal tavolo di numerosi ristoranti a 5 stelle e del conseguente malcontento di grasse gole strette dentro colletti inamidati. Le news ti ripetono quanto sia importante bere molta acqua, per combattere quella calura che nel frattempo sta disintegrando le riserve acquifere in India, l’ecosistema siberiano e i pixel di alcuni televisori Sharp con un difetto di fabbricazione che ne causa il surriscaldamento.
Firmi la tua condanna, a colpi di noodles e dentifricio.
*
«Il modo migliore per combattere la paura per la realtà, è sostituirla con la paura per le cose inventate. Ecco la più grande conquista del nostro tempo. 
«Quando si parla della società della distrazione, non si intende mai la reale distrazione di cui essa si fa partecipe: si preferisce parlare dei danni climatici e delle frivolezze, delle catastrofi e dei gossip; si preferisce pensare a un meteorite che tra trent’anni potrebbe sfiorarci il cranio, e riesce incredibilmente a farci provare timore. È un capolavoro. Ma non si parla del vero pericolo, cioè della vendetta di coloro che abbiamo privato del proprio destino.
«Si parla del fantasma che potrebbe decapitarci, ma non della scure che ci sta per mozzare la testa.
«In questo modo, assopire le coscienze diventa la conseguenza inevitabile della comunicazione. La paura, se fondata sulla realtà, può essere il sentimento più nobile dell’essere umano, poiché lo spinge a ribellarsi, a cambiare, a intraprendere una nuova strada priva di quei timori che ora l’assillano. Quando invece essa si fonda sull’artificio e la menzogna, ecco che l’attenzione dei malcapitati si dirige sui fantasmi e sulla loro inconcretezza, divenendo un potente sedativo che spegne la ribellione, l’autodeterminazione. I fantasmi, potendo essere solo immaginati e mai sconfitti, ci spingono all’accettazione, alla staticità.
«Essi atterriscono, più che spaventare, rendendoci automi che danzano al ritmo della musica, obbedendo a una serie di riti che, uno sopra l’altro, hanno eretto la torre dalla quale cadremo.
«Noi temiamo ombre, e con ciò abbiamo disimparato a temere il corpo che le proietta. Noi abbiamo paura del nulla, e non ci sogniamo di combattere colui che questo nulla ci ha consegnato.
«Oggi questa inconsapevolezza si traduce nel fatto di aver alzato il livello della musica fino al punto da aver coperto qualsiasi altro suono, fino ad aver causato la scomparsa dalle frequenze udibili di quelle voci che da tempo hanno iniziato a protestare, derubricandole a semplice rumore di sottofondo, radiazione innocua che percorre le lontane terre sotto i nostri piedi.
«Quelle voci chiedevano aiuto, molto tempo fa, ma poi, inascoltate, hanno iniziato ad urlare la loro rabbia, raccogliendo forze che ora si preparano a scagliarci addosso.
«È un corto-circuito, questo processo. È il buon funzionamento di un piano di auto-distruzione, nel quale creiamo costantemente le premesse della nostra scomparsa, per poi ricacciarle sotto un tappeto sul quale ormai non si può nemmeno camminare.
«Ma tanto, che importa? Osserviamoci, sorridendo alle persone che ci stanno intorno, le quali tutte sono a conoscenza di ciò di cui stiamo parlando qui e ora, ma continuano a danzare, fingendo di non sapere nulla.
«Mi concede quest’ultimo ballo, mentre si abbatte su di noi la tempesta?»
*
Una civiltà finisce quando tutto ciò che la contraddistingue è fumo negli occhi.
Noi siamo ciò che non mangiamo, diciamo ciò che non pensiamo, viviamo di ciò che non respiriamo. Le nostre più profonde convinzioni sono quelle in cui non crediamo, prendiamo aeroplani per raggiungere luoghi che non ci appartengono, decantiamo le idee di uomini che non conosciamo.
Siamo le citazioni delle nostre menzogne.
Il telegiornale non parla della flotta che veloce sale il Mediterraneo, l’orda vendicatrice che con un urlo sta per scalzare classi dirigenti, caste inamovibili e specie dominante. Essi non hanno volto, non hanno nome, non hanno nazionalità, non hanno voce, ed è per questo che noi non li vediamo. Il telegiornale parla del gossip, dell’economia, della politica, ignora la grandezza del presente e si fa carico della zavorra del passato, ma questo accade perché abbiamo disimparato la lingua con la quale la Storia ci parla.
Siamo tutto ciò in cui non crediamo.
Mentre voli da Shanghai a Mosca, colbacco di ermellino sulla testa e cellulare vibrante in tasca, non ti accorgi che il mondo finisce, un secondo alla volta, un sms alla volta. Non te ne accorgi perché hai sovraccaricato i tuoi istanti di “cose-da-fare”, inventando un’agenda, infittendola di appuntamenti che ritardano la tua morte già avvenuta. Le barche a remi tracimanti di rabbia stanno divorando le leghe del Mediterraneo, dell’Oceano Indiano, è il sud che viene a prendersi ciò che gli abbiamo impunemente sottratto, e lo fa con sagacia, risucchiando il nostro futuro in una danza macabra di estinzione, sfidando quelle onde che tanto temiamo, quei venti che ignoriamo, quelle correnti sulle quali da tempo non ci lasciamo trasportare.
Noi nel frattempo mangiamo corn-flakes al mattino, aspettando solo di defecarli dopo qualche ora.
Siamo il ciclo metabolico della nostra rovina.
Siamo tutto ciò che non abbiamo il coraggio di guardare.
Una civiltà finisce quando si intestardisce a mantenere il proprio status-quo.
Guardati intorno: vedrai rivoluzionari di vent’anni fa, ora accartocciati nelle vesti di conservatori accaniti; sognatori di decenni passati che ora calcolano il profitto, misurano le perdite, distribuiscono dividendi. Qui non si tratta di essere moralisti, io sono tanto invischiato quanto loro, non sono il guru che dall’alto del proprio piedistallo predica un sermone a lungo preparato. Lavoro a braccio, stendo queste righe seduto sotto una scalinata umida, lontano dagli occhi di coloro che stanno saccheggiando, distruggendo, stuprando, uccidendo. Sono come Chen a Shanghai e Guglielmo a Firenze, cerco riparo nei luoghi che mi appartengono di più: trovo pavido rifugio nelle parole, mentre altri lo cercheranno nei numeri, o in un caffè macchiato. Ciò che ci accomuna è la morte che sta per prenderci.
Siamo il risultato di ciò che non abbiamo voluto ammettere.
Siamo il volto spaventato dal dover guardare negli occhi i nostri errori.
Siamo la tardiva ammissione che quel brusio di sottofondo, quella radiazione fastidiosa, era in realtà il canto tribale dell’antichità la quale, nel correre dei vendicatori da un mondo all’altro, segnalava il nostro ormai ultimato conto alla rovescia.
Siamo la superficie che sta per essere inghiottita dal sottosuolo.
Ma non corrucciartene.
Altro non siamo se non l’Umanità che viene spazzata via dai prossimi uomini, così come l’anticorpo si disfa dei batteri per preservare l’organismo.
E noi siamo i virus.
*
«Non chiedermi come mi chiamo. Non è maleducazione, si tratta di pura sopravvivenza.
«Come sarebbe “in che senso sopravvivenza”? Non offendere la tua intelligenza. Si va verso un mondo privo di nomi, in cui l’unica legge sarà quella del corpo, del sangue, del sottosuolo. Parole, nomi, definizioni, tutto questo non conterà più niente. Ti hanno mai raccontato la storia della torre di Babele?
«La metafora storica di quel che sta accadendo è perfettamente riprodotta nella tragedia del Titanic. Vedi, noi qui a danzare, mentre il mondo là fuori finisce. Probabilmente, Loro sono già presso le finestre, con scale costruite apposta per assaltare le nostre mura ormai sguarnite. I loro piedi scalpitano, le loro bocche ruggiscono in lingue mai sentite prima, i concetti che esprimono conservano un che di primordiale, talmente antico da essere completamente privo di comprensione per noi. I tuoi gioielli, questo collier, questo valzer, questa sala da ballo, tutto ciò è solo uno scarto evolutivo. Nietzsche, Bach, Einstein, Velázquez, Voltaire e persino Shakespeare, tutto ciò finirà in un rogo nel quale sarà incenerita la vecchia Umanità.
«Siamo spaventati dagli incomprensibili linguaggi che Loro conducono fino a qui da terre lontane, ma da quanto tempo noi non comunichiamo più? Da quando non comprendiamo ciò che il nostro vicino cerca di dirci? E non perché non parliamo, ma perché non ci capiamo più, o forse perché non abbiamo più niente da dirci. Noi siamo la torre di Babele, Loro sono l’ira di Dio. Noi siamo il Titanic, spensieratamente proiettato verso la distruzione. Loro sono l’iceberg.
«La lingua di cui loro si fanno portavoce non ci è più avulsa delle parole che io ti sto dicendo, e il tuo sguardo stranito, confuso, me lo conferma. Li senti? Scalpitano.
«Senti quelle voci? È tempo di andare via da qui. Il caos cresce, i loro cori inneggiano alla nostra decapitazione, ma io devo prima scrivere alcune pagine. Il valzer si fermerà, quando la testa dell’ultimo violinista rotolerà a terra, innocente, eppure colpevole di tutto quello che ha condotto a questo. Allora la musica sarà ferma, e forse il mondo intero tirerà un sospiro di sollievo. Era una bella musica, si dirà, ma forse è stato meglio così. Ma più probabilmente non rimarrà nessuno a rimpiangerla, questa musica.
«Tu resta pure qui a danzare. Di me perderete le tracce, come pure di questo valzer.»
*
Nessuno mi chiederà a chi lascio queste righe.
Nessuno leggerà mai queste pagine, e se qualcuno dovesse farlo, di certo non comprenderà l’idioma in cui esse sono state redatte. Esse sono la scatola nera della nostra estinzione, e ciò che vi troveranno dentro ci farà ben poco onore.
Ho fatto un sogno, in una delle ultime notti in cui il sonno mi ha colto. C’era un cielo rasserenato, ma non semplicemente sereno, era come se si sentisse sollevato da un peso divenuto insostenibile, e i palazzi sgretolati si scioglievano come la neve al tramontare dell’inverno. Non so da quali occhi si proiettasse il mio sguardo, ma per la prima volta dopo tanto tempo ho riconosciuto la quiete, il fruscio delle cascate, l’aria pulita delle alture così facile da respirare. Non v’erano orologi, né rintocchi di campane; non c’erano automobili o gas di scarico, e tutto era deserto, ma al tempo stesso rigoglioso.
Mentre Loro percorrono le strade di una città ormai in preda all’omicidio e alla follia, mi rendo conto che tutto ciò in cui abbiamo creduto era in realtà una menzogna. Dov’è la giustizia, ora che la vendetta sta ripulendo il mondo? Dov’è la cultura, ora che i libri vengono dati alle fiamme?
Tutto è diventato semplicemente poco importante.
In realtà, non esiste alcuna rivoluzione comunista, liberale, industriale, scientifica, economica che sia. Queste cose non esistono, sono frutto della nostra fervida presunzione.
In realtà, esiste solo l’insurrezione. Ed è quella cosa che da ciò che chiamavamo “Uomo” porta a un momento successivo, a qualcosa cui non so dare nome, perché i nomi sono ancora dell’Uomo, e con esso finiranno per estinguersi.
Qui non stiamo assistendo a un crimine, ma nemmeno a una rivoluzione. Qui siamo di fronte alla Storia, quella che si muove una volta ogni centomila anni, forse anche di più. È in atto l’insurrezione, e non v’è forza più grande di quella che sta mettendo il treno dell’universo su binari differenti.
Questa è la Storia che irride la storia, cioè quella che l’Uomo insegnava sui banchi di scuola, quella cristallizzazione di eventi minuscoli che ritenevamo essere immensi. Questo è il movimento del cosmo, ed esso si esplica nell’analfabeta che trucida il professore, nel nullatenente che trucida il ricco, nell’oppresso che uccide il potente. La marea nera che ha attraversato i mari delle proprie umiliazioni è arrivata alle nostre porte, e pone nel mezzo delle nostre città il seme dell’Evoluzione, del superamento delle nostre piccole idiozie.
E questa Evoluzione si chiama Insurrezione.
Così come le paure hanno dominato la nostra epoca, allo stesso modo sarà qualche altro sentimento senza nome a far da padrone nelle Ere future.
Io attendo la mia morte, come l’inverno attende l’ineluttabilità della primavera. Nascondo questi incartamenti nell’intercapedine sulla quale siedo, aspettando la fine del mondo, ma non ho occhi alla quale consegnarli.
L’Umanità si estingue, e forse, almeno per un tratto, è stata una bella corsa.
È tempo di morire, come muore chi sta dalla parte sbagliata della Storia.
L’Insurrezione è iniziata, e si chiama Evoluzione.
—-
testo di Riccardo Dal Ferro
illustrazione di Marco Pasin

Quindi, restiamo o scappiamo?
Un testo lucido, crudo, ma non cinico, direi piuttosto onesto.
Davvero bravi, il disegno poi è magnifico.
Mi avete ricordato “Il pianeta verde”.
R.
Il problema, se si decide di scappare, è dove. Una fuga da se stessi all’ultimo momento porterebbe via solo il tempo necessario ad un lucido esame di coscienza, che forse è l’unica vera soluzione. Se poi il problema è sopravvivere, mi sa che conviene fare le valigie in fretta (noi le abbiamo già pronte)
grazie mille per la lettura!
10/15 minuti ben spesi!!
grazie!!
grazie millllllle a te
Bellissimo brano che fa pensare, bello soprattutto perché lo fa con poesia, con ironia. Quasi calviniano. Complimenti e grazie
Grazie a te per la lettura e per le belle parole! Speriamo di trovarti ancora qui nel nostro piccolo non-luogo!
E’ un bel brano. E’ stata una bella lettura. Coplimenti
Andrea
Grazie mille!
“Il modo migliore per combattere la paura per la realtà, è sostituirla con la paura per le cose inventate”
Assolutamente splendida. (La scrivo subito con la citazione).
Concordo anche che l’evoluzione, per come siamo arrivai fin qui, possa coincidere con rivoluzione. Se non ci saranno prima rivoluzioni negli uomini, la rivoluzione amorale (in senso letterale) della rivoluzione farà il suo corso.
esiste solo la Rivoluzione Umana, in effetti, altrimenti il mondo non aspetta, e ci spazzerà via.
Grazie per le belle parole e per la condivisione!
In effetti sorrido quando sento dire che “la Natura si ribella a noi”, “la Natura non ci vuole più”…
Ammetto che l’uomo è capace di far parecchio casino, ma talvolta trovo un po’ presuntuoso pensare che siamo tanto importanti che la Natura stia a pensare a noi…
Neanche i 12 esperimenti atomici in 10 anni sull’atollo di Bikini ha impedito alla natura di rimettersi in corso. A me fa ridere quando veniamo chiamati “specie dominante”.
Davvero ben scritto. Tutto il “racconto” è una grande riflessione ed è carico di spunti – e devo ammettere che con gli aforismi si va alla grande. Noto anche alcuni riferimenti bradburyani e orwelliani che sticazzi. Bellissima anche l’illustrazione, complimenti!
Grazie mille!!
…gran bel pezzo,inquietante l’attualità
L’inquietudine ci perseguita.
Grazie!
No ma non si vede che eri stato a vedere Batman
bellissimo Riccardo!!
Ahahahahahah
Grazie, cara!
Oggi ho lasciato prima la mia pausa pranzo… molto bello anche se parallelo a quelli realmente “pulp”, ma in fondo la nostra vita e le nostre paure sono il pulp più grande
Sì, questo è appunto un post “parallelo”, che si discosta dai toni abituali del blog
Grazie del passaggio, fa piacere trovarti a commentare qui!