Le Sorelle
Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapranno mai che ce ne siamo andati.
J.L. Borges – “Le cose”
arazaran
mono yo no hola no
omoide ni
ima hitotabi no
au koto moga na
Izumi Shikibu, Goshūishū
[per poterlo ricordare nell'altro mondo,
come vorrei rivederlo un'altra volta]
L’armonia implica grande equilibrio e pretende lungo addestramento.
Era proprio per questo motivo che, quando la vetrina del Bushidō Café si infranse in mille stupori, riflessa negli occhi dei passanti c’era la meraviglia che solitamente si riserva a quegli avvenimenti inspiegabili della natura, quelli che valicano la nostra capacità di comprensione.
L’abilità dei piedi che si contendevano palmo a palmo i precari spazi di un asfalto ricoperto di frantumi, quei piedi che fino a pochi minuti prima erano appartenuti ai due goffi adolescenti di liceo che tutti conoscevano, quei piedi zompavano esperti, presi da un balletto sconosciuto, sfiorando con leggiadria i passanti estasiati e atterriti. Eppure, si mormorava in silenzio tra quella folla, quelli erano proprio Arata ed Eichiro.
La scintilla sprigionata dall’acciaio delle spade che si incontrarono con delicato fragore fece dimenticare quei piedi, e d’un tratto Arata ed Eichiro non furono più semplici ragazzi.
Tokyo osservava silenziosa, riunita attorno a quel duello.
I testimoni che si trovavano all’interno del locale avrebbero raccontato di come i due ragazzotti, in preda a un banale litigio mentre stavano seduti al bancone del bar, fossero scattati in piedi improvvisamente, avvicinandosi a una delle teche di cristallo del Bushidō Café in cui, come cimeli esposti a scopo puramente evocativo, erano conservate due antiche katane. Rotte le vetrine di protezione, sfoderarono il lucido metallo e ingaggiarono una lotta serrata.
La musica dei loro corpi che danzavano, ricercando l’uno la morte dell’altro, seguendo quell’esotico ritmo di abili fendenti, lasciava correre gli sguardi e la fantasia dei presenti, incapaci di agire con lo scopo di strappare di mano quella follia ai due adolescenti.
Arata ed Eichiro, come posseduti, non si curavano più della folla che li circondava, erano tutti concentrati sulle movenze precise del proprio rivale, sulla previsione degli scatti, sull’anticipo delle mosse.
Le katane, come tigri feroci, non avrebbero perdonato un passo falso.
*
«Che importanza hanno i nomi, quando non siamo che la ripetizione costante di eventi già avvenuti?»
La Battaglia di Edo era terminata assieme al fragore dei tuoni che, con il loro silenzio, rendevano onore al gran numero di corpi sparsi a terra, corpi che avevano prestato la loro abilità in difesa del daimyo e il cui animo era ormai in viaggio verso i lidi promessi dalle leggende a lungo narrate.
La pioggia diluiva tutto quel sangue, ammorbidendo la terra che l’avrebbe bevuto d’un fiato, assieme alla morte riversa sul suolo della battaglia; e già i primi sciacalli, provenienti dalle aperte campagne attorno alla cittadina, iniziavano a raccogliere le preziose armature e le spade che tante vite si erano prese. Le avrebbero vendute ai mercanti che commerciavano con il lontano Occidente, ricavando da una lama che si era portata via centinaia di anime denaro appena sufficiente a pagare la prossima sbronza.
Quali fossero i nomi dei due guerrieri che col favore delle tenebre si erano allontanati da quel flagello, è informazione che il vento si è portato via. I nomi sono ben poca cosa, quando il tappeto della Storia è steso sotto i piedi di coloro che la calpestano, venendone a loro volta calpestati.
I nomi si perdono, e le parole che li ricordano sono in realtà servili inganni dei vincitori.
Uno dei due samurai era bardato con l’armatura dello Shōgun di Edo, il cui vessillo giallo e rosso traspariva attraverso le sgargianti maglie; l’altro, proveniente forse da Okinawa, era più alto e indossava una cotta color della notte. I due rivali, lontani a sufficienza da occhi indiscreti, si scrutarono a lungo, consapevoli che il conto in sospeso sarebbe stato saldato con la vita di uno solo tra essi. La morte avrebbe presto o tardi riscosso il proprio tributo anche nei confronti del sopravvissuto, dal momento che a questo mondo non esistono vinti, né vincitori, e chi si illude del fatto che così non sia è affetto da un’incurabile miopia.
Attraverso la morte, la vita è equa.
«Quante volte ci siamo trovate qui, noi, nello stesso luogo, di fronte a questi boschi riarsi dalla battaglia? E quante volte ci ritroveremo ancora?»
«Infinite volte, una di noi due è stata sconfitta qui, su quest’erba. Infinite altre volte, l’altra avrà prevalso.»
Nessuno dei due lo disse ad alta voce, ma entrambi lo pensarono, di quanto fosse strano non ricordare nessuna di quelle infinite volte e, nonostante ciò, essere certi della loro esistenza.
D’un tratto, le saya furono svuotate del loro contenuto affilato, le lame d’acciaio tagliarono l’atmosfera come a voler spaccare in due l’universo, prima di collimare sul freddo e insanguinato metallo brandito dall’avversario. Nessuna cronaca ufficiale del Giappone feudale ebbe a narrare questo duello, per il semplice fatto che i suoi avvenimenti, così come i suoi protagonisti, non desideravano testimoni.
Spesso l’oblio è preferibile a qualsiasi immortalità.
*
La pioggia iniziò a crepitare d’un tratto, sovrapponendo il proprio brusio al clangore metallico sprigionato dalle stoccate di Arata ed Eichiro.
Come potevano, due ragazzi di liceo, il cui unico addestramento era stato quello dei videogiochi, come potevano due goffi adolescenti dell’industriosa Tokyo combattere come esperti conoscitori dell’arte samurai?
Un poliziotto, finalmente destatosi dallo stupore che il duello suscitava tra i presenti, provò a intervenire, ma un fendente esperto di Arata mozzò l’avambraccio del malcapitato, mentre Eichiro cercava di approfittare della distrazione per guadagnarsi un vantaggio consistente. Quest’ultimo colpì infatti alla schiena il proprio rivale con un calcio, facendogli perdere l’equilibrio, e una stoccata ben assestata colse nel segno ferendogli la spalla, schizzando di sangue i volti di alcuni spettatori inermi.
Il poliziotto mutilato si affrettò ad allontanarsi dal cerchio di persone entro cui la cruenta battaglia si stava consumando, sbraitante come un cane ferito. Nessuno avrebbe più avuto l’ardire di intromettersi.
Arata osservò furioso il profondo taglio dal quale sgorgava il liquido scarlatto, ma i suoi occhi, più risoluti che mai, tornarono a fissarsi sul beffardo ghigno di Eichiro. Questi per la prima volta pronunciò alcune parole, quasi mormorandole: «Te lo ricordi, vero? Sono sempre stata più furba di te.» Alcuni dei presenti, di quelli che conoscevano bene il ragazzo, affermarono che la voce non era la sua.
Il cielo volse all’oscurità, le ombre ricoprirono la luce che ancora filtrava attraverso il soffitto di nubi e il cerchio di spettatori fu disperso dall’urlo assordante lanciato da Arata, un urlo che echeggiava di furia cieca e consapevolezza guerriera, due elementi che di certo non avevano mai contraddistinto il ragazzo. Era un barbarico grido di morte, che da secoli non pervadeva l’aria intorno a quel suolo antico, e venne restituito con la stessa rabbia dal volto sfigurato di Eichiro, la cui espressione sembrava non conoscere domani.
Sotto la pioggia, l’ultima carica di Arata sarebbe stata raccontata per lungo tempo, ma senza mai trovare alcuna spiegazione, dal momento che la storia possiede spire ben più profonde di quelle della vita umana, troppo breve e concisa, chiusa nella propria fragilità.
Le spade, per l’ultima volta – ma forse non per l’ultima – si scontrarono, su quell’asfalto di Tokyo, che un tempo si chiamava Edo.
*
Se occhi inesperti avessero assistito a quel duello, probabilmente avrebbero pensato di stare osservando la danza delicata di qualche arte antica.
Il tuono sovrastava lo stridente e armonioso fragore cui le spade davano fiato nell’incontrarsi, nessun movimento era lasciato al caso, e l’erba calpestata non avrebbe provato rammarico, di fronte quel ballo.
Le armature sfuggivano ai violenti fendenti che con caparbietà cercavano di approfittare della leggerezza dell’avversario, del passo falso, del fianco scoperto, ma senza successo.
A ben guardare, il duello non aveva nulla a che fare con la battaglia conclusasi da tempo, dal momento che i due contendenti sembravano non conoscersi, né sul campo essi avevano già incrociato il loro metallo. Si trattava di qualche cosa che andava al di là dei piccoli avvenimenti degli uomini, come un ancestrale richiamo la cui provenienza non si poteva misurare con la banale brevità dei secoli.
Ciò che sarebbe stato scritto nei libri di storia, le cui parole sono in realtà finzioni, non avrebbe dedicato una sola parola a quel che tra i due samurai si stava consumando su quel tappeto di erba fradicia.
Dopo un lungo combattimento, il più alto dei due riuscì finalmente a destabilizzare il rivale con un calcio al ginocchio. L’altro cadde a terra, mancando completamente dell’appoggio indispensabile alla sopravvivenza. La katana, ancora lucente nonostante fosse incrostata del sangue delle innumerevoli vittime, volò a qualche metro di distanza dal braccio che la stringeva, laddove avrebbe potuto osservare, stanca, la morte del suo possessore. Essa gli sarebbe sopravvissuta, ma nessuno si avvide di questo innegabile fatto, come sempre accade a chi sottovaluta il potere delle cose.
La pioggia cessò d’improvviso, aspettando forse il colpo decisivo che avrebbe messo termine alla danza dei due samurai.
Un’altra battaglia sarebbe finita, di lì a poco, così come altre mille avrebbero avuto inizio.
*
Quando Arata liberò la lama insanguinata dalla schiena trafitta di Eichiro, il silenzio della piazza sulla quale si affacciava il Bushidō Café non poteva che essere figlio di un orrore senza nome.
Il ragazzo compì il gesto con solennità, stringendo la tsuba della katana con esperta delicatezza, ed estrasse il freddo metallo dal cadavere aiutandosi con la suola della scarpa da ginnastica, che così poco si addiceva all’evento cui i testimoni avevano assistito, increduli.
Il cruento combattimento era finito, dopo che i loro corpi erano stati feriti, danzando sulle punte dei piedi, consegnando alla memoria e alle chiacchiere della gente un repertorio di narrazioni che difficilmente si sarebbero potute farcire con altre fantasie. E nelle orecchie di tutti i presenti risuonava ancora la sentenza di Arata, sputata sul suo rivale appena prima che la lama ne trafiggesse le carni: «Non è ancora finita! Ci rivedremo ancora, molto presto, sorella mia!»
*
Lontano dal campo di battaglia sulla quale si era difeso l’onore del daimyo, il servitore di Edo, che in quel duello evidentemente non aveva rappresentato il suo Signore, giaceva a terra disarmato. Il rivale, la cui armatura scura si diluiva nella notte, si avvicinò lentamente, per porre il suggello a quella piccola vittoria. Persino la pioggia concedette una tregua, attendendo la fine di quella storia le cui radici erano manifeste solo agli Dei.
Quando il samurai in blu fu sopra il suo rivale, il piede destro finì per calpestarne il costato, gesto che per l’antico codice etico dei guerrieri giapponesi denotava grande mancanza di rispetto. L’odio che si incrociava in quegli sguardi era crudele almeno quanto la frase che uscì dalla bocca del vincitore, il quale non volle concedere una morte onorevole al proprio avversario. Lo rivoltò a pancia in giù con un calcio, e disse: «Non è ancora finita! Ci rivedremo ancora, molto presto, sorella mia!»
Pronunciate queste parole con voce roca e spezzata dalla crudeltà, conficcò a fondo nella schiena dello sconfitto la lama affilata della katana. Il sangue sgorgò copioso, accolto dal terreno con malcelato disgusto, e il duello terminò nel peggiore dei modi.
Il vincitore raccolse la spada dell’avversario morto. L’avrebbe con ogni probabilità venduta a qualche rigattiere per pochi spiccioli. Non per consumare qualche sakè in più, ma per il semplice disprezzo nei confronti del suo proprietario.
Anche in quel gesto, il guerriero avrebbe peccato della miopia di cui ogni uomo è affetto.
*
A grande distanza dai fatti narrati, ma dopotutto non così lontano, in una piccola bottega dell’antica Edo si fondeva il ferro che sarebbe servito a forgiare le migliori spade che l’umana stirpe avrebbe mai conosciuto. I nomi e le date di questi luoghi dimenticati dagli uomini si perdono nell’oblio di ciò che abbiamo preferito ignorare.
Quante volte quelle due lame gemelle, temprate e forgiate dal medesimo ferro, modellate da mani esperte e temprate dalla stessa fiamma, avrebbero incrociato i propri destini? E quanti altri Eichiro, quanti Arata sarebbero divenuti strumento di battaglia di quelle due katane?
Chi avrebbe detto quali erano le vere armi? Se le spade, apparentemente senza vita, o se gli uomini, semplici strumenti di qualche volontà distorta?
Noi non sappiamo vedere certi legami, perché crediamo che la Storia, essendo scritta dagli uomini, si muova attraverso di essi. Ma in realtà sono le cose di cui ci circondiamo, e che ci sopravvivono, a legare in un unico filo i piccoli eventi di cui siamo oggetto.
La polizia sequestrò le spade che giacevano sull’asfalto di Tokyo, mettendo sotto arresto un confuso Arata che, tornato ad essere il goffo liceale di sempre, continuava a ripetere di non ricordare nulla.
Il metallo dal quale le lame avevano preso forma aveva placato la propria sete di sangue, ma quanto sarebbe durato? Per quanto sarebbe durata la tregua, prima che le sorelle avessero cercato nuovamente l’armonioso contatto con la propria originaria unità, scialacquando altre vite umane per quel capriccio?
Le spade sarebbero state dimenticate per anni, forse per secoli, vicine eppure lontane, in cerca di mani tenaci per tornare a scontrarsi, covando un nuovo desiderio, che era in realtà sempre lo stesso. E sarebbero sopravvissute ai loro guerrieri, prede di quell’antica maledizione.
Forse, a differenza dei piccoli uomini dominati dalla superstizione della Storia, esse non conoscevano il rimorso. Forse, come noi d’altronde, non avevano alcuna memoria di ciò che era accaduto.
E il prossimo, sarebbe stato il loro primo duello.
Per un’ultima volta.
—-
testo di Riccardo Dal Ferro
illustrazione di Marco Pasin

Grazie per questo pezzetto di meraviglia.
La settimana inizia bene, con i vostri lavori domenicali.
Buona giornata!
Grazie per essere tornata a trovarci, siamo felici che ti sia piaciuto
e una buona giornata anche a te!
“L’armonia implica grande equilibrio e pretende lungo addestramento.”
Si potrebbe dire che l’armonia è disciplina. Lo trovo molto giapponese.
Le leggende sulle spade maledette sono correnti in Giappone. Chissà che un giorno una di esse non trovi chi la possa dominare. Forse dominerebbe anche l’altra di conseguenza? Poiché chi possiede un tale spirito, non può sicuramente disprezzare tanto il suo avversario da darne via la spada…
Sono convinto che lo spirito umano, anche il più alto, non possa sopportare il peso di un tale potere: sono sempre le cose che ci dominano, anche quando crediamo di averle soggiogate.
Grazie per la lettura, i tuoi commenti sono sempre piacevoli!
Grazie a te.
Confido e spero tu abbia torto…
Inesauribile maestria senza pari!!!
Addirittura?
Grazie davvero, questo commento è troppo troppo
Un bel racconto. Immagini e atmosfere molto suggestive.
La tua prosa spesso e volentieri sfuma nella poesia. Hai mai pensato di scrivere dei versi?
Da qualche anno provo un crescente interesse verso la poesia: mi aiuta a migliorare come scrittore e come lettore.
Ps. Anche i disegni del Blog sono interessanti. Complimenti a Marco.
Un cordiale saluto.
None_0 (il frankenstein verde di wordpress)
@designdcl in twitter
A proposito vi si può trovare in twitter?
Scrivo anche versi, ma diciamo che per il momento preferisco ‘trattenerli’ per i più intimi tra i miei lettori
Grazie per le belle parole!
Certo, ci trovi su Twitter, a piè pagina del blog trovi il pulsante sia per quello che per la pagina FB!