Tibhirine

Era una notte fradicia di pioggia, quella nella quale la lettera di Jacques Ferrant venne recapitata a suo figlio, Charles Ferrant, presso la residenza di rue de la Bastille 23/a, Parigi. Fu una visita inaspettata, dal momento che le tracce di suo padre si erano perse ormai da molti anni, tra le desolate colline dell’Algeria settentrionale.

Era la notte del 21 maggio 2011.

L’emissario non mormorò che poche parole indecifrabili, il volto nascosto sotto un cappuccio scuro, e dopo aver sbrigativamente posto la pergamena nelle mani del ventenne Charles si defilò, scomparendo nell’ombra, come un’altra ombra. Il giovane, preso alla sprovvista da quella visita così insolita, non avrebbe saputo dire se quell’uomo fosse giovane o vecchio, francese o straniero. Ma forse non avrebbe potuto giurare nemmeno che fosse proprio un uomo.

Quando aprì la busta gualcita e grondante d’acqua, la calligrafia sconnessa e incerta guidò i suoi occhi nella lettura:

Caro Charles,

non vi sarà speranza nelle parole che mi trovo a scriverti, perché questa lettera non è come tutte le altre, quelle buttate giù frettolosamente, nell’eventualità di incontrare la morte senza poter dire addio alla propria famiglia, scritte nel desiderio che non vengano mai lette da anima viva.

Di speranza, in questa mia lettera, non v’è traccia.

Se vorrai stracciare questo foglio, convinto di trovarti di fronte a un cattivo scherzo, avrai le tue buone ragioni, ma prima ti prego di arrivare almeno fino al fondo di questo mio racconto.

Io sono Jacques Ferrant, nato a Bordeaux il 23 agosto 1964.

Io sono Jacques Ferrant, e sono tuo padre.

Tutto ebbe inizio con la guerra civile d’Algeria. Come avrai certamente saputo, io ho fatto parte dei servizi segreti francesi. Devi averlo saputo qualche mese dopo l’annuncio ufficiale della mia scomparsa, quando il governo ha deciso di de-segretare i miei fascicoli personali, dandomi ormai per morto. Forse mamma ha deciso di tenertelo nascosto fino a che tu non avessi compiuto almeno 10 o 15 anni, ma sono certo che ora sei consapevole di questa verità.

Tibhirine si trova 100 km a sud di Algeri, ed è un dedalo di vegetazione riarsa, come lo è tutta l’Algeria. Per migliaia di chilometri si trovano solo sterpaglie, arroventate da un Sole che non dà tregua. Da tempo sorvegliavamo quei luoghi, le nostre informazioni ci confermavano che i ribelli musulmani spesso transitavano attraverso quel nulla senza nome.

Tibhirine era insopportabile persino nell’aria che respiravamo, pregna di un abbandono che non oseresti attribuire nemmeno all’inferno.

In quel luogo dimenticato da Dio esiste un solo appiglio, una sola figura che si staglia sul niente che ti circonda, una sola ombra diversa da quella monotona proiettata dai cespugli secchi e disordinati. Il Monastero di Tibhirine era avvolto nella vegetazione, come un arbusto più resistente e antico degli altri che, come formassero una cintura troppo stretta, lo stringevano ai fianchi.

Il Monastero sembrava soffocare, così come soffocavamo noi, in mezzo a quel deserto.

Quel luogo di ritiro spirituale era abitato da monaci trappisti, dediti alla preghiera e alla loro missione, e in passato ebbero a che fare con rappresaglie di quelli che sarebbero dovuti essere “i cattivi”, cioè i militanti del gruppo islamico che rivendicava il potere dopo il colpo di Stato avvenuto nel 1992, quattro anni prima del mio arrivo in quel posto.

Fu un decennio di fuoco e sangue quello, per tutto il Nord Africa, e la Francia, che per secoli aveva giocato un ruolo fondamentale in quelle terre, vedeva sgretolarsi un’influenza cui teneva tanto, forse più per un capriccio politico che per un reale interesse economico.

Quando mi dissero di partire per l’Algeria, io obbedii a quel governo che avevo sempre servito con fiducia, dal momento che un uomo di Stato non può avere altri Dei, al di fuori dello Stato stesso. Non potevo sapere quale fosse il reale intento con il quale venivamo mandati laggiù, io e i miei cinque colleghi, di cui non posso né voglio qui fare il nome.

La Francia avrebbe preteso il nostro tributo di sangue, ma sfidando forze che travalicano la comprensione del più saggio tra gli uomini.

E lo Stato, come forse tutti i nostri Dei, è composto da piccoli uomini.

Alcuni insinuano che l’uomo si lancia al di fuori dei propri confini non tanto per capire cosa esiste al di fuori di essi, quanto piuttosto per ritrovare se stesso a migliaia di chilometri da casa. Non si tratta, dicono, di conquistare, si tratta di “ritrovarsi”, come in cerca di una conferma.

È per questo, forse, che non ci si aspetta mai di trovare l’Altro, l’irriducibilmente diverso da ciò che siamo. Ci si aspetta di trovare volti familiari, fattezze conosciute, parole amiche.

Per noi, non sarebbe stato così.

La situazione politica nel Paese stava sfuggendo di mano. La giunta militare perdeva consenso, e il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) guadagnava terreno a grandi passi, stando ai sondaggi, mentre il popolo iniziava a convincersi che le elezioni democratiche sarebbero state un toccasana per le strutture istituzionali, sempre più corrotte. La cattolicissima Francia avrebbe perduto ogni influenza residua di quel colonialismo che tante ricchezze le aveva assicurato in passato, e non voleva stare a guardare.

Quando i fatti che vado narrandoti si svolsero, tu, Charles, avevi soltanto cinque anni e ovviamente, a quindici anni di distanza, non puoi ricordarli. Ma il massacro dei monaci di Tibhirine, avvenimento che ebbe grande risonanza in tutto l’Occidente, non si verificò nel modo in cui fu raccontato ai francesi.

Furono svelti i telegiornali, seguendo a ruota i portavoce di ambasciate e parlamenti, ad attribuire quel delitto ai terroristi affiliati al FIS. Dissero che il rapimento, cui seguì quell’eccidio, avvenne per mano degli islamici, i quali volevano ricattare la giunta militare filo-francese, ma non dissero che un’azione di quel tipo sarebbe stata insensata, dal momento che ormai i generali non godevano più dei favori della popolazione. Dissero che il colpo di coda dell’integralismo aveva fatto altre vittime innocenti, ma questa mia lettera ti vuole raccontare come sono andati realmente i fatti, e narrarti il prezzo insostenibile che sto tutt’ora pagando.

Figliolo, ho vissuto credendo che la scelta più importante di un uomo fosse quella che lo spinge a decidere a quale Dio votarsi. Alcuni, come i monaci che così crudelmente persero la vita in quella torbida giornata primaverile, scelgono di donarsi a un Dio spirituale; altri, come me, preferiscono votare se stessi a un Dio molto più materiale, cioè lo Stato. Ciò che lega questi due tipi di uomini è la convinzione che lo sforzo della fede e della devozione sarà ricambiato con una ricompensa, quando tutto sarà finito.

Ma a Tibhirine ho imparato che qualsiasi Dio scegliamo, avrà per noi soltanto crudeltà e cinismo.

Obbedendo a quell’entità cui avevamo dedicato le nostre coscienze, la Francia, vestimmo i panni di coloro che dovevamo combattere. Fu facile fare irruzione nel Monastero, dal momento che i frati non opposero alcuna resistenza. Irriconoscibili, con i caftani e i turbanti, la kefiah a dissimulare le nostre identità, i fucili tennero a bada gli ostaggi. Essi pregavano in francese, la mia lingua madre, ma noi non potevamo tradire le nostre identità, e stavamo zitti, lanciando di tanto in tanto qualche imprecazione in lingua araba, per mantenere credibile la finzione. Non tentarono mai di scappare, mi colpì il loro rifiuto di ribellarsi a ciò che stavano subendo. Stavano zitti, mormoravano litanie perlopiù, seguendo con puntualità ogni nostro ordine.

Ricordo che uno dei monaci pregava dicendo: «Sappiamo che cosa ci aspetta, in questa vita, sappiamo ancor meglio cosa ci attende, nell’altra.»

Con il senno di poi, avrei forse dovuto ridere di questa sua affermazione.

La televisione annunciava che erano in corso trattative tra i “terroristi” e la giunta militare governativa, ma in realtà ciò che facemmo, in quei due mesi di prigionia, fu attendere il fatidico ordine. Dal momento in cui mi furono chiari gli obiettivi con i quali la messinscena era stata messa a punto, avevo ben chiaro come tutto questo sarebbe finito. Non era in corso alcuna trattativa, le giornate passarono senza alcun intoppo, e il silenzio che circondava il Monastero di Tibhirine aveva un che di innaturale, come se l’universo ci dimostrasse il proprio disprezzo con quella cruda e rovente indifferenza.

Il 21 maggio 1996, due mesi dopo la loro presa in ostaggio, le teste dei monaci furono impalate a venti metri dal Monastero, su uno dei colli più in vista della zona, in modo da dimostrare al mondo intero che la giunta militare algerina era l’unica entità che ancora separava il Paese dalla caduta nella barbarie. Gli ordini intimarono di essere brutali, di immedesimarci nelle vesti dei carnefici peggiori che l’Algeria avesse mai potuto conoscere, di compiere un gesto plateale, che indirizzasse le simpatie del popolo in favore dell’esercito.

Si trattava, dissero, di un bene più alto.

Si trattava, dissero, di un sacrificio necessario.

Potrai forse chiedermi perché accettammo in silenzio di compiere quella follia. Ma credo che la motivazione sia identica a quella che spinse i monaci a restare a guardare, mentre tagliavamo la testa dei loro compagni, una a una, con la freddezza che si addice a chi non merita di possedere un’anima.

Il movente era la fede, per me, così come per il monaco Michel Fleury, così come per tutti gli altri protagonisti di quella mattanza. Fede nella misericordia di quel Dio a cui stavamo sacrificando le nostre coscienze: chi morendo, chi massacrando. Eravamo specchi di una stessa speranza, ma non so dire con certezza quale forza avesse deciso chi dovesse stare dall’una e chi dall’altra parte del riflesso.

Ciò che avremmo scoperto, guardando attraverso le profondità di quello specchio, era di come saremmo stati traditi da quella fede che così ciecamente avevamo servito. Defraudati delle nostre rispettive certezze, saremmo diventati ombre tra le ombre, in quella terra di nessuno.

Ovviamente, dopo il massacro non ci fu alcun raid nel Monastero, nonostante le televisioni e i media avessero annunciato un «intervento governativo atto a stanare e punire i terroristi». Avevamo tutto il tempo per cancellare le nostre tracce, non lasciando niente al caso, nulla che potesse ricondurre alle nostre identità e, di conseguenza, che potesse svelare l’inganno perpetrato. Ce la prendemmo comoda.

La notte in cui tutto finì, la stessa in cui iniziò il mio incubo, era pervasa da un silenzio surreale, ma eravamo uomini troppo smaliziati per poter temere ancora atmosfere di quel tipo. Il mio lavoro ti insegna ad essere materialista, pragmatico, a non temere gli spiriti, a considerarli un parto delle debolezze umane. Ma a Tibhirine avevamo risvegliato qualche cosa di più antico delle nostre fragili convinzioni, e presto ne fummo sopraffatti.

Era quel qualcosa d’Altro che non riconosceresti mai, guardandolo dritto negli occhi. Quello che non ti aspetti di incontrare perché, semplicemente, non credi esista.

Gli eventi di quella notte rimangono confusi nei miei ricordi, dal momento che tutto avvenne in gran fretta. Ma ancor più, credo che tutti noi abbiamo sperimentato quel terrore in modo personalissimo, quasi come fosse stato disegnato su misura, un abito di angoscia cucito sulla pelle di ognuno.

Quel che ci mise in allarme fu che due dei nostri non si trovavano più. L’oscurità aveva avvolto i grandi saloni del Monastero, e ci trovammo a percorrerne guardinghi i corridoi, in attesa di dover rispondere a un agguato. Poteva essere chiunque: i terroristi, per farci pagare quell’intromissione; o il governo, che non si era dimostrato del tutto limpido nella pianificazione dei propri intenti, e che avrebbe forse preferito eliminare gli unici testimoni rimasti in vita, cioè i carnefici stessi. D’un tratto, ci sorprendevamo a chiederci come avessimo potuto finire per essere topi in trappola.

In silenzio ci accorgemmo che le teste dei nostri due colleghi scomparsi erano state impalate nel centro di un corridoio, proprio come noi avevamo fatto con quelle dei monaci. La risolutezza venne meno, e una paura senza nome serpeggiò dentro di me, un sentimento che da molto tempo non si faceva vivo sotto la mia pelle. L’aria era percorsa da bisbigli che credevamo essere prodotti dal vento, ma fuori da quelle mura non spirava neanche un filo d’aria. I fucili spianati, pronti a sparare contro qualsiasi cosa si fosse mossa al di fuori di noi tre. Il sudore freddo che solcava la mia faccia, quasi doloroso.

Quando mi accorsi come in sogno che i miei due compagni di disavventura erano a terra, preda di convulsioni, come fossero posseduti, non ebbi il tempo di comprendere ciò che stava accadendo. Nel buio vidi nitidamente una spirale di fumo, come una nube velocissima che si avvicinava a me, proveniente da una delle finestre lasciate spalancate sul cortile interno dell’edificio. Caddi a terra, non prima di accorgermi che le teste dei miei due colleghi erano state crudelmente mozzate, e rotolavano distanti dai corpi ormai esanimi, decapitati da una forza che non si serviva certo di scimitarre o coltelli. A parte i nostri fucili, che giacevano a terra privi di padrone, non v’erano armi nella stanza.

Il lancinante dolore che provai, mentre la mia gola veniva squarciata da una volontà sovrannaturale, non sarebbe stato nulla in confronto al dolore che mi attendeva, laddove avrei invece sperato di chiudere i miei occhi per sempre.

Se hai sopportato le mie farneticazioni fino a questo punto, vorrà dire che questa mia sventura ti ha perlomeno incuriosito, figliolo, e forse vorrai stare a sentire quel che accadde successivamente, e come io mi trovi a scriverti questa lettera, a quindici anni di distanza dai fatti che ti ho narrato.

L’incontro che ebbi quella notte con una delle mie vittime, non avrei saputo dire quale delle sette fosse, mi fece comprendere come i nostri Dei ci deridano, nel nostro essere piccoli insetti, di fronte alla loro grandezza. Il fantasma che mi entrò dentro tutto intero, che mi fece esplodere le arterie nel corpo, tendendo i nervi oltre l’umana sopportazione, era rappresentante di una vendetta senza compromessi. Egli era lo spirito senza pace di uno dei monaci di Tibhirine, che tornava a noi per farci pagare cara la colpa di cui ci eravamo macchiati.

Appena prima che anche la mia testa saltasse via dal collo, sentii chiara la voce di quel demone vendicatore che mi diceva: «Ora saprai anche tu a che cosa ci hai condannati.»

Da allora, il Monastero di Tibhirine è un luogo abbandonato, nel quale dimorano quei dodici fantasmi che, quindici anni fa, tentarono di dimostrare la propria fede, venendone derisi amaramente. Ora, siamo spiriti senza pace, tormentati dall’Eternità che ci attende, imprigionati tra queste mura afflitte, impossibilitati a uscire dall’edificio che vide la nostra eterna condanna.

Di tanto in tanto, qualche incauto animale si fa avanti, attirato dall’atmosfera di curiosa attesa che attorno al Monastero aleggia, e possiamo in quel momento divertirci un po’ con le sue deboli carni. Molto più rari sono gli esseri umani, e forse soltanto una manciata di vagabondi, in questi ultimi anni, è transitata per di qui, trovando la morte tra atroci sofferenze.

Solo questo ci dà un po’ di sollievo dal tormento che quotidianamente la nostra condizione ci riserva.

Questa lettera ti giunge per mezzo di uno di quei malcapitati, il quale mi è servito non tanto ad appagare un bisogno di crudeltà che, da quando sono spirito, non mi abbandona mai, quanto per dare corpo al mio desiderio di raccontarti l’amara storia di tuo padre, perito nel Monastero di Tibhirine, nel tentativo di servire i distorti desideri del proprio Dio e nella consapevolezza di essere stato da Lui tradito, così come tutti coloro che qui hanno perso la vita.

Non importa quali siano le tue divinità, ciò che ho imparato è che ai loro occhi siamo giocattoli da maltrattare. In questo, vittime e carnefici si confondono, nel tessuto di quella storia che ci vede tutti, nessuno escluso, epici sconfitti.

Non so se crederai alle parole che qui, per mezzo dello sconosciuto viandante che ho posseduto, sto scrivendo su pergamena. Mi rendo conto della difficoltà di prestar fede a un racconto così inverosimile, ma l’unica mia volontà è quella che tu venga a conoscenza di ciò che ho fatto, e del prezzo che ho dovuto pagare. Questi è l’unico modo che ho per confessare la mia maledizione e  così, cercare di alleviare questo peso insostenibile. Forse, la mia speranza è che, confessando le mie colpe, questo spirito che sono divenuto troverà pace.

Ma così non sarà. La mia condanna è senza appello.

Nel caso tu abbia creduto a ciò che ti ho detto, non cercare di inseguire il corriere che ti ho mandato, è destinato a morire, solitario, come muoiono tutti gli uomini.

Là fuori c’è il Sole di Algeria, e c’è la sua vegetazione che ne viene bruciata, la sua sabbia irritante, il sangue che ne attraversa le falde. Poi, ci sono le ombre, alcune si stagliano monotone sul terreno, altre sfuggono allo sguardo degli incauti, attendendo di trovare una pace che non le attende.

Là fuori, dove vivi tu, esistono molti luoghi simili a questo, e bisogna tenersi a distanza da essi, perché vi si può trovare qualche cosa che non sapremo mai comprendere, potremo trovarci l’esatto opposto di ciò che desideriamo.

Il Monastero di Tibhirine è ora la nostra casa, la mia dimora.

È il luogo nostro, per sempre.

È l’Inferno, così come ce lo siamo costruito.

Tibhirine, nella sua dannata esistenza, è il mondo che ci meritiamo.

Tienitene a distanza, figliolo, e abbine coscienza.

Per sempre tuo padre,

J.F.

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testo di Riccardo Dal Ferro

illustrazione di Marco Pasin