Fiction über Alles
Orazio odia.
C’è un bambino con un gelato alla fragola, spiaccica una lucertola proprio vicino a una delle sfingi che fanno bella mostra di sé, il cui riflesso nell’acqua della piscina è distorto dalle onde generate da una mamma che ci butta una cartaccia.
Le grida strazianti di alcuni ragazzi, gli improperi di un papà stempiato a una bimba che ha versato la Coca-Cola per terra, gli ingranaggi che girano, stridono, incastrano, rompono, incessanti. La musica, quella non smette mai.
Orazio odia.
E tutti questi sono ottimi motivi per odiare.
Oggi però c’è anche un pupazzo verde steso per terra, c’è una pozza di sangue, le cui spire si dirigono decise verso uno dei tombini, spinte da una gravità invisibile che tiene tutti con gli occhi incollati per terra. Si fermano le grida, si fermano gli improperi, si fermano le onde nella piscina, per un momento le sfingi si riflettono limpide sulla cresta dell’acqua torbida.
Quando Orazio si mette a correre, dichiarando a tutti la propria colpevolezza, lanciando in acqua un martello insanguinato, ci troviamo a dover tornare indietro, laddove tutto ha avuto inizio.
A quando Orazio odiava, ma senza scappare.
*
Le contorsioni del fumo si facevano largo attraverso quelle labbra screpolate, costantemente rotte dagli incisivi irrequieti. Era una pausa come mille altre, quella di Orazio Rodighero, classe 1956.
Un martedì, uguale a tutti i martedì precedenti, e ai lunedì, e ai giovedì.
La giornata spirava, così come quel fumo inerte spirava verso l’alto, superando la barriera di baffi intrisi di sudore e acredine, libero in un cielo limpido, libero senza saperlo.
Gli occhi soffocati dalle pesanti palpebre intercettarono il seno di Daisy (come cazzo si chiamava quella tizia, quando non indossava il suo ridicolo costume?), come un ghepardo intercetta la propria preda nella savana. Erano le 9.30 del mattino, ma già la sua virilità diede un rintocco autorevole, malcelato da una ruminante manata all’interno delle mutande, come a cercar oggetti a lungo perduti.
Di certo a quell’ora nel Parco non c’erano occhi indiscreti da inorridire con quello scandaloso rovistare. Orazio Rodighero, una volta reindirizzata nel verso giusto la propria mascolinità, sarebbe tornato a detestare ciò che lo circondava, desiderando che tutto il male dell’universo potesse riversarsi su quei gioiosi ciottoli che pavimentavano il suo sterminato posto di lavoro.
Alle 10 sarebbe entrata l’orda devastatrice, composta di zombie masticanti, sputanti, camminanti, urlanti, sbraitanti; alle 10, quella calma nella quale Orazio, con cura maniacale, terminava di consumare il primo spinello della giornata avrebbe avuto termine, in un’esplosione di umanità sordida, lurida, bestiale; alle 10, uno tsunami di rifiuti, saliva e ascelle avrebbe fatto irruzione nell’ordine e nella pulizia che anche lui aveva contribuito religiosamente a creare.
Le 10. L’orario giusto per odiare.
Quella gnocca di Daisy si trastullava con Tristano, uno dei cavalieri che metteva in scena due volte al giorno la giostra medievale, infarcita di musiche tratte da “Il Gladiatore” e incompetenti occhi rapiti dalla scadente finzione. Il ragazzo che interpretava Tristano era alto, snello e biondo, portava un piercing al naso, cosa che sanciva ancora una volta la sua inadeguatezza nel ruolo che ricopriva. Orazio pensava che sarebbe toccato a lui, il ruolo del cavaliere medievale, perché quelli erano maiali opulenti e screanzati che bivaccavano con arrosto di cinghiale e birra doppio malto, non fighetti vegani con gli occhi azzurri e un cespuglio ordinato di capelli sulla testa. I cavalieri ruttavano e scoreggiavano, al cospetto del proprio Re. Tagliavano teste e ci giocavano a pallone.
Quel Tristano, le chiappe rassodate dalle numerose ore di palestra del giorno prima, sarebbe finito impalato in men che non si dica, nel vero Medioevo, deflorando fatalmente quella rotondità che le chiappe di Orazio non avrebbero raggiunto nemmeno dopo due secoli di esercizi.
Usurpatore di merda.
Ore 9.50. Mentre la scarpa Adidas taroccata di Orazio schiacciava il mozzicone appena gettato a terra, Giaugian uscì dallo spogliatoio, il ridicolo costume da pupazzo verde risaltava sulle sabbie sintetiche della Valle dei Re, quello sguardo che attribuiresti a una triglia sotto eroina, gettato qua e là in maniera diffidente. Tra tutti gli stronzi che imperversavano il quel manicomio, quello che meno andava a genio a Orazio era proprio Giaugian. Non sapeva bene a che cosa attribuire quell’antipatia profonda: forse il fatto che era un giallo sempre vestito di verde fluorescente, e quel tripudio di colori spaventosi lo infastidiva; forse era colpa di quell’accento asiatico ancora preponderante nella sua parlata, noncurante del fatto che Giaugian era in Italia da ormai 18 anni.
«Plezzemolo!» Ogni parola detta da quell’insetto dislessico era un insulto, una sfida, un reato.
«Sono Plezzemolo, bambino, vieni a giocale con me?» Quel Giaugian era immerso nella parte come Kurt Cobain lo sarebbe stato nelle vesti di Jeff Buckley.
Orazio ascoltava solo Nirvana. E odiava.
L’unica cosa che accomunava quei quattro loschi figuri era una finzione. Sotto quei costumi si celavano personaggi ambigui, che non corrispondevano all’immagine con la quale si presentavano agli occhi di bambini sognanti, padri curiosi, madri apprensive. Sotto quei costumi c’era la carne, il vizio, la bestemmia, il desiderio, probabilmente persino la violenza che serpeggia sotto la pelle di ogni uomo. Quella vera.
Al rintocco delle 10, come ogni fottuto giorno, gli occhi dei quattro individui accomunati da quella finzione si alzarono al cielo, indirizzandosi verso i cancelli d’ingresso del Parco.
Tristano si tormentava il piercing, pensando alla scopata della sera prima, alla playstation, alle partite di calcetto, alla tecno-dance della discoteca vicina.
Daisy si aggiustava il push-up sudaticcio, pensando alle scarpe da comprare il giorno seguente, al suo programma preferito in registrazione, alle sue amiche, al negozio di abbigliamento.
Giaugian si infilava la testaccia di drago di Prezzemolo, il beniamino del parco divertimenti, pensando in cinese qualcosa che nessuno avrebbe potuto capire.
Orazio, nella sua tenuta verde pisello, nel cappellino con il simbolo tanto adorato dai bimbi, la pancia ancora piena di birra di importazione, odiava. Immobile, temendo l’orda devastatrice, detestava tutto quello che il suo sguardo poteva toccare.
Come ogni giorno, accaldato e fasullo, Gardaland apriva le sue fauci di plastica e cartongesso.
*
C’è un bambino che fissa Orazio.
Il gelato al limone, forse alla vaniglia, gli cola sulla mano. Lo spazzino più corpulento di Gardaland scende con noncuranza dalla minicar elettrica in dotazione agli inservienti meno avvezzi alle lunghe camminate. Dai pantaloni esce sincero un peto che, nelle intenzioni del proprio creatore, avrebbe dovuto essere silenzioso. Il gelato del bimbo inizia a colare più velocemente.
L’orda di zombie che si infila dentro edifici di plastica, veicoli fasulli e interminabili code di umanità sbraitante, quell’orda è ovunque. Compressa, schiacciata, puzzolente, urlante, essa è dappertutto, il Parco diventa in fretta un formicaio le cui operaie sembrano drogate e rincoglionite. Con nonchalance, Orazio ripulisce il gelato del marmocchio spiaccicato per terra, e poi incrocia lo sguardo del suo piccolo osservatore: come se quest’ultimo avesse scorto aberrazione e omicidio in quelle pupille, si allontana dal faccione barbuto dello spazzino, le parole strozzate in gola, la voglia di andarsene da quel brutto posto.
Gardaland, il Parco dei tuoi sogni.
Le tette di Daisy, stipate in quel suo abito azzurro da “principessa-cucita-su-misura”, si chinano generose su un gruppo di boy-scout che non saprebbero cosa farci con tutto quel ben di dio. Orazio si ferma alcuni secondi, osservando le curve sinuose di quella bella veneziana, cui il raggiungimento della licenza di terza media non le ha permesso di sfondare nella carriera di attrice che si era scelta. Lui, a differenza di tutti quelli che desideravano solo usarla per una notte e via, sarebbe stato gentile, le avrebbe consegnato il suo modesto regno di birra, monolocali con vista tangenziale e bestemmie di fine mese, ma si sarebbero accontentati entrambi degli spicchi di felicità da condividere con fatica e gratitudine.
Quando osserva Daisy, Orazio odia un po’ di meno.
Lei sembra però non avere occhi che per Tristano, il cavaliere fasullo, l’usurpatore della spada del Re, l’effeminato servitore di una finzione mal riuscita. Sempre in combutta, complici negli sguardi durante le pause tra una folla di spettatori e l’altra, circondati da anonima e intrattenuta umanità, si scambiano complimenti, convenevoli, una danza di corteggiamento che, agli occhi dell’inserviente, risulta essere una danse macabre di dubbio valore artistico.
«Plezzemolo! Vieni bambino, vieni da Plezzemolo a diveltilti!»
Le grida dei passeggeri sulla Magic Mountain.
«Plezzemolo! Sono qui, venite a falti fotoglafale con me!»
Lo sfiato delle valvole che rilasciano i bracci meccanici del Top Spin.
«Plezzemolo!! Evviva, Galdaland è apelto a tutti voi!»
Durante la pausa pranzo, Orazio non mangia nulla. Si accende uno spinello, rilasciando quell’acre fumo inebriante nel limpido cielo che sovrasta il Parco Divertimenti più Grande d’Italia.
Questo accade il martedì, così come il giovedì e il venerdì. Giorni identici a tutti gli altri, così come la finzione, che ben sa come essere ripetitiva e noiosa.
L’odio di Orazio però, quel preciso martedì, sarebbe stato consumato in un altro modo.
*
Dopo tutto ciò che aveva sopportato in 56 anni di sordida esistenza, Orazio l’inserviente non avrebbe mai potuto digerire ciò che i suoi occhi videro consumarsi dentro il gabinetto di una delle attrazioni di Gardaland.
La finzione, al di fuori di quel buco, continuava imperterrita, inconsapevole che sarebbe stata messa a dura prova dai realissimi accadimenti che si preparavano attorno a quella scenetta insopportabile. La finzione persisteva, nelle urla dei bambini, nelle carezze delle madri, nello zucchero filato e nelle mele caramellate; persisteva, negli spruzzi d’acqua del Colorado Boat, nell’aria tagliata del Blue Tornado, nei pirati fasulli che indossavano ancor più fasulli uncini arrugginiti.
Orazio non aveva mai odiato così tanto.
«Plezzemolo! Plezzemolo deve tolnale al lavolo!» Giaugian si stava riallacciando i pantaloni consumati, mentre Daisy raccoglieva il vestito da terra, gualcito e bagnato del piscio che c’era sul pavimento.
«Plezzemolo, Plezzemolo laccoglie da tella il suo costume velde!» Le risate forzate di genitori, stufi di scorrazzare in giro per il parco bambini instancabili; il rumore di qualche intruglio zuccheroso versato a terra, dove era stata appena fatta pulizia. La vita del Parco, che non era vita.
«Oh, danasiòn, zé tardi, ostia!» Sudata, imbarazzata e ancora mezza nuda, la veneziana che fingeva di essere Daisy (forse si chiama Tiziana, una roba del genere) provava a evitare lo sguardo atterrito di Orazio, raccogliendo un elastico per capelli, una scarpetta di plastica, un braccialetto di perle fasulle. Il cinese interprete di Prezzemolo si stava rivestendo in fretta, trafelato ed evasivo come solo uno svergognato poteva essere.
Orazio in quel momento non odiava più. Non sapeva bene come chiamare quella sensazione che montava, che cominciava a percorrergli le arterie intasate dal colesterolo, i polmoni ancora ricamati dalla cannabis, le mani pelose che stringevano una scopa e una paletta. Non sapeva dare un nome a quel demone che prendeva forma, aizzato dalla vista dei corpi nudi di Giaugian e Daisy che, sorpresi nel mezzo di un’impensabile scopata, tradivano quella finzione che reggeva tutto, e che ora diveniva inconsistente.
Accadde tutto molto in fretta, mentre Giaugian continuava a ripetere le proprie litanie, cercando di raccogliere la testa di Prezzemolo riversa nell’acquitrino del cesso: «Plezzemolo deve tolnale subito da lagazzini! Plezzemolo deve giocale con lolo!» Orazio si voltò di scatto e corse verso la propria minicar elettrica, dove stava la cassetta degli attrezzi piena di cianfrusaglie utili a mantenere solida la finzione che li circondava; Giaugian, annusando forse un po’ del pericolo che incombeva sulla sua persona, si precipitò fuori dalla toilette con indosso il corpo di Prezzemolo privato della testa, stretta nervosamente sotto il braccio. Dal canto suo, la veneziana Daisy infilò solo la faccia fuori dall’uscio della porta, le grazie ancora in parte esposte alla luce del Sole, cercando di capire con quel poco di comprendonio di cui disponeva che cosa stesse accadendo, ma senza mettersi in pericolo.
Orazio aveva iniziato a rincorrere Prezzemolo con un martello in mano, il volto contratto in una smorfia disumana, un urlo da guerriero vichingo che stava richiamando l’attenzione di tutti gli spettatori vicini. La minicar elettrica, abbandonata a decine di metri di distanza, era stata svuotata dei propri attrezzi dalla furia cieca dell’inserviente. Giaugian urlava spaventato: «Uomo blutto vuole uccidele Plezzemolo! Aiuto!»
Tristano, attirato nella piazza della Valle dei Re da quegli schiamazzi, si nascose dietro la porta a vetro del bazar, dimostrando ancora una volta che quella cotta di ferro, quello spadone d’acciaio e quel titolo onorifico non gli si addicevano per niente. Di fronte allo sguardo atterrito degli astanti, Giaugian fu raggiunto dalla furia omicida di Orazio e, con uno spintone, il mezzo Prezzemolo finì ingloriosamente a terra.
La musica solenne che pervadeva l’atmosfera della Valle dei Re venne accompagnata dal martello di Orazio che, dopo aver infilato a forza la testa di Prezzemolo sul collo di un riluttante Giaugian, iniziò un metodico e preciso atto di demolizione del cranio della vittima: «Ecco, bastardo maledetto, tieni questo, e QUESTO! E anche QUESTO!» Tocchi di cervello e cranio schizzavano qua e là, mentre una folla numerosa si riuniva silenziosa attorno al massacro. Daisy guardava la flanella verde di Prezzemolo macchiarsi di un rosso scuro, mentre un rigagnolo di plasma iniziava a spargersi sul selciato, rincorrendo i tombini. Tristano osservava a debita distanza la scena, quasi divertito. Le urla della Magic Mountain continuavano, ma ovattate nella testa dei presenti.
«E QUESTO! E QUESTO!»
Ed eccoci all’inizio della nostra storia. Anzi, alla fine.
Ore 17.41.
Dopo aver frettolosamente gettato l’arma del delitto nel laghetto di fronte alle sfingi, Orazio iniziò a correre. Voleva fuggire da quel luogo, laddove la finzione aveva subito un’iniezione insopportabile di realtà. Il silenzio era rotto solo dai macchinari che continuavano a girare, correre, funzionare. Orazio non aveva nessuna intenzione di finire in galera per colpa di quel fottuto giallo, lui aveva profanato l’unico motivo che rendeva ancora sopportabile quel lavoro di merda!
Ma prima di raggiungere i cancelli del Parco, ecco che qualcosa di incomprensibile accadde: un applauso. Urla entusiaste, risate di bambini e adulti, acclamazione. Fragorosi complimenti, ovazioni, urla di ammirazione. Orazio interruppe la sua frenetica corsa verso la latitanza e si voltò. Quella folla, quel mare di persone che assistette all’eccidio, quell’orda di zombie dell’intrattenimento gli stava tributando la propria approvazione per quel fuori-programma così ben riuscito.
In un momento, Orazio comprese che la finzione non si poteva sconfiggere. Neanche la tragedia, la violenza, l’omicidio, il massacro potevano scalfire la solidità di quel tempio della plastica e del cartongesso. Giaugian era il sacrificio necessario, avvolto da quel pupazzo verde, il cranio sfracellato ma nascosto dentro la ridicola maschera. Daisy saltò al collo dell’eroe, lo baciò, sfregando contro quella pancia piena di birra il seno prorompente. Tristano rinfocolò l’applauso richiamando l’attenzione su di lui, Orazio, l’inserviente che aveva sconfitto il drago (o il dlago) a martellate.
La realtà non è abbastanza interessante perché possa avere la meglio sulla finzione.
Orazio, soverchiato dall’incomprensibilità di quell’avvenimento, si lasciò baciare da Daisy, la sua lingua ficcata in profondità nella gola, sinuosa, delicata, poco istruita.
La folla si disperse, i bambini tornarono a mangiare il gelato, i papà a rimproverare, le mamme ad essere apprensive. Gli zombie avevano assistito a una spettacolare messa in scena e ora potevano tornare alle altre finzioni per le quali avevano pagato profumatamente.
Le minicar arrivarono puntuali a raccogliere le frattaglie di Prezzemolo-Giaugian, ficcando il tutto dentro un bel sacco nero. Erano molti Orazio, tutti uguali, zitti ed accondiscendenti.
Le mamme tornarono a gettare cartacce nel laghetto della Valle dei Re, creando stupidi riverberi che disturbavano i riflessi.
Orazio tornava a odiare, ma non sapeva più che cosa odiare.
*
Un martedì come tanti altri, o forse un giovedì o un sabato, Orazio rincorre sempre un cinese ficcato dentro un costume di Prezzemolo. Una volta è Chen, un’altra è Yao. Chi se ne frega.
Ore 17.41.
A martellate lo ammazza e scappa via, prima di essere acclamato da una folla in visibilio. Si volta, la principessa Daisy mezza nuda lo raggiunge, lo bacia, lo palpeggia, si struscia su quel corpaccione. È l’eroe giusto, al momento giusto. Quello che l’ha salvata dal dlago orientale.
La finzione giusta al momento giusto.
L’attrazione si chiama Fiction über Alles, il nuovo spettacolo di Gardaland, quello che gli zombie meritano di vedere. E costa un cinese al giorno.
L’importante è che la realtà non faccia mai irruzione nella finzione, che non la tradisca, che non la smascheri. Mai.
L’importante è che gli zombie siano felici, intrattenuti, divertiti.
È il business.
E Orazio odia. Ma non capisce più se per finta o per davvero.
—-
testo di Riccardo Dal Ferro
illustrazione di Marco Pasin

Suspance, finali a sorpresa, giochi che diventano realtà… con voi non ci si annoia mai!
ps… avete letto “Boston 2012 XXI supercoppa”? Mi è tornato in mente leggendo questo racconto…
Altro libro da annotare sulle letture future, allora!
Grazie mille, la noia è la nostra peggior nemica!
Mi sono innamorata di Orazio!
Ahahahahahahahahah!!! Bellissimo!!
Che ci vuoi fare, il fascino del represso-psicopatico-killer è impossibile da ignorare
grazie per il commento!
Buon mattino, amici, siete bravi e fantastici
Grazie davvero
Vi lascio con un abbraccio
Mistral
Grazie mille, una buonissima mattinata anche a te!
Questo mi era sfuggito. Come tutti i migliori, d’altronde, li leggo sempre tempo dopo.
Che dire… non sospettavo del cinese, era più logico un Tristano. Ovviamente.
Ma “ovviamente” significa che si è fuori strada, punto e basta. Quindi non sospettavo nemmeno di lui.
E nemmeno il luogo del misfatto… insomma, un po’ di decoro… sai che puzza il vestito di lei (Tiziana, o qualcosa del genere) intriso di piscio?
Ma forse, in quel trambusto tipico di Gardaland, nessuno se ne sarebbe accorto.
E probabilmente Orazio ancora non sa ciò che sta facendo. Un pluriomicida seriale a piede libero in un parco divertimenti. Speriamo solo che eventuali cinesi in visita non commettano l’errore di comprare una maschera da Prezzemolo. Sapete com’è la forza dell’abitudine…
Complimenti!
Ahahahahah grazie!
io dico solo poveri cinesi…
ahahahahah
Veramente potente…
(poveri forzati del divertimento-altrui-).
Lo siamo tutti, chi più chi meno, purtroppo.